La storia del Brazilian Jiu-Jitsu
Il Brazilian Jiu-Jitsu ha poco più di un secolo di vita, ma le sue radici affondano in tradizioni molto più antiche. È una storia fatta di viaggi, adattamenti e sfide, in cui un'arte marziale giapponese attraversa l'oceano e diventa qualcosa di riconoscibilmente nuovo.
Le radici giapponesi
Nel Giappone feudale il termine jujutsu indicava un insieme eterogeneo di scuole di combattimento a mani nude, sviluppate come complemento all'arte della spada. Non esisteva un jujutsu unico: ogni ryū aveva il proprio repertorio, tra proiezioni, leve articolari, strangolamenti e percussioni.
Nel 1882 Jigoro Kano fondò il Kodokan e sistematizzò questo materiale nel judo, selezionando le tecniche che potevano essere allenate a piena intensità senza ferirsi. È un passaggio decisivo, e spiega molto di quello che il BJJ è oggi: la possibilità di fare sparring reale contro un avversario che resiste davvero, invece di ripetere forme prestabilite, è ciò che rende queste discipline efficaci.
Il viaggio in Brasile
Tra i primi allievi del Kodokan c'era Mitsuyo Maeda, che dal 1904 lasciò il Giappone per diffondere il judo all'estero — allora chiamato comunemente "jiu-jitsu" fuori dai confini giapponesi. Maeda girò Stati Uniti, Europa e America Latina affrontando lottatori di ogni provenienza in incontri di sfida, e costruendosi il nome di Conde Koma.
Arrivò in Brasile intorno al 1914 e si stabilì a Belém, nello stato del Pará. Lì insegnò a diversi allievi locali, tra cui Carlos Gracie e Luiz França. Sono due nomi che vale la pena tenere entrambi a mente, perché da loro nascono due linee distinte.
La famiglia Gracie
Carlos Gracie trasmise quanto aveva imparato ai fratelli e aprì con loro un'accademia a Rio de Janeiro negli anni Venti. Tra i fratelli, Hélio è la figura più nota: di corporatura minuta e salute fragile, lavorò sull'affinamento dei principi di leva e di posizione, per poter applicare le tecniche contro avversari più grossi e più forti.
La famiglia costruì la propria reputazione attraverso il vale tudo e la cosiddetta "sfida Gracie": inviti pubblici rivolti a praticanti di qualsiasi disciplina. Fu una strategia efficacissima sul piano della visibilità, e generò match rimasti celebri, come quello tra Hélio Gracie e il judoka giapponese Masahiko Kimura nel 1951.
Va detto che la ricostruzione tradizionale di questa fase — quella secondo cui i Gracie avrebbero reinventato da zero un'arte giapponese incompleta — è oggi considerata dagli storici una semplificazione. Il lavoro a terra era già molto sviluppato in alcune correnti del judo dell'epoca, in particolare nel judo Kosen praticato nelle università giapponesi, dove le regole favorivano il newaza. Il contributo brasiliano è reale e sostanziale, ma si inserisce in un percorso continuo più che segnare una rottura.
L'altra linea
Luiz França, l'altro allievo di Maeda, insegnò a Oswaldo Fadda, che negli anni Cinquanta aprì un'accademia nella periferia nord di Rio. La linea Fadda si diffuse nei quartieri popolari, dove insegnò gratuitamente a ragazzi che non avrebbero mai potuto permettersi le accademie del centro, ed è ricordata anche per aver mantenuto vivo il lavoro sugli attacchi alle gambe quando altrove era caduto in disuso.
Nel 1955 una squadra di Fadda affrontò l'accademia Gracie in una sfida rimasta storica. È un capitolo che nella narrazione più diffusa viene spesso omesso, e che invece racconta bene come il jiu-jitsu brasiliano non sia mai stato patrimonio di una sola famiglia.
1993: il mondo se ne accorge
Il 12 novembre 1993, a Denver, si tenne il primo Ultimate Fighting Championship: un torneo senza categorie di peso pensato per mettere a confronto discipline diverse. Royce Gracie, il più leggero dei partecipanti, lo vinse sottomettendo avversari molto più grossi.
L'effetto fu immediato e globale. In pochi anni ogni palestra di arti marziali dovette fare i conti con l'evidenza che ignorare la lotta a terra non era più sostenibile, e il BJJ passò da fenomeno brasiliano a disciplina praticata ovunque.
Da arte marziale a sport
Con la diffusione arrivò la strutturazione sportiva. A metà degli anni Novanta nacquero le prime federazioni e i primi campionati mondiali con il gi; nel 1998 partì l'ADCC, la principale competizione senza kimono. Il jiu-jitsu si è progressivamente articolato in due espressioni parallele, gi e no-gi, con repertori in parte diversi.
Il livello tecnico è cresciuto in modo vertiginoso. Il gioco di guardia si è enormemente ampliato, gli attacchi alle gambe hanno vissuto una vera e propria rinascita a partire dagli anni Dieci, e la circolazione delle informazioni attraverso video e seminari ha accelerato l'evoluzione come mai era accaduto prima. Un praticante di oggi affronta un panorama tecnico che vent'anni fa semplicemente non esisteva.
Judo e jiu-jitsu, di nuovo insieme
C'è un aspetto di questa storia che ci riguarda da vicino: BJJ e judo condividono lo stesso ceppo, e si sono separati soprattutto per ragioni di regolamento sportivo. Il judo agonistico ha nel tempo ridotto lo spazio del lavoro a terra, il jiu-jitsu ha fatto il percorso opposto e lo ha reso centrale.
Allenarsi in un judo club significa avere accesso quotidiano a entrambe le prospettive. Le proiezioni e il lavoro in piedi del judo colmano quello che nel jiu-jitsu è spesso il punto debole, e il controllo a terra del BJJ aggiunge profondità a chi viene dal judo. Due discipline che tornano a parlarsi dopo aver preso strade diverse per un secolo.
Per approfondire
Se la storia di questa disciplina ti incuriosisce, il modo migliore per capirla resta salire sul tatami: molte delle scelte tecniche che abbiamo raccontato hanno senso solo quando le si prova addosso.
